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I PERICOLI DEL TEMPO
A cura di Renzo Zonca
Una delle maggiori incognite a cui si va incontro durante un'escursione o un'arrampicata
in montagna, è sicuramente il tempo, inteso come tempo meteorologico. Di fatto,
esso può influenzare e condizionare in modo totale una giornata in montagna, sia
in positivo, con uno splendido cielo azzurro e un clima mite, sia in negativo,
ad esempio con l'arrivo di una tormenta che obbliga a ritornare anzitempo indietro,
con la speranza che non si creino problemi ben più gravi.
Se non ci si vuole limitare a semplici e brevi passeggiate lungo comode mulattiere
a bassa quota, la conoscenza almeno sommaria del tempo, delle sue dinamiche e
dei pericoli ad esso connessi, appare senza dubbio indispensabile, addirittura
fondamentale ai fini della stessa sicurezza personale.
1. Migliorare la percezione
Prima di tutto, bisogna abituarsi e allenarsi a "percepire" e a riconoscere i
segni che la montagna e il tempo offrono. E in questo, purtroppo, il frenetico
stile di vita moderno non aiuta di certo. Andando in montagna, bisogna rendersi
conto che si entra veramente in "un altro mondo", con regole ben diverse rispetto
a quelle con cui si fanno i conti tutti i giorni. È necessario quindi affinare
il livello di percezione, focalizzando l'attenzione su tutto ciò che circonda:
il vento, le nuvole, i fiori, gli animali, la temperatura, l'umidità, la brina,
il volo degli uccelli
Può essere utile, ad esempio, abituarsi a osservare tutto l'ambiente circostante,
in tutti i suoi molteplici aspetti, magari con un binocolo o con la macchina fotografica,
avendo cura di mantenere sempre dei margini di sicurezza nella programmazione
della gita, in modo che si possa decidere senza pressioni e senza urgenza, con
calma e oggettività, e senza l'influenza di terzi, a volte dannosa.
In gruppo si rischia di più
Istintivamente, gli uomini tendono a sentirsi più sicuri in gruppo, nella cosiddetta
"tendenza al gregge". E se questo può risultare positivo in alcune situazioni,
in montagna può viceversa rivelarsi molto pericoloso, con conseguenze potenzialmente
gravi.
Per esempio, ci si trova alla base di una via ferrata con il tempo incerto, quasi
con una minaccia di temporale. Un gruppo di persone, nonostante ciò, inizia la
salita. Istintivamente, viene da dirsi: "Se vanno loro, possiamo andare anche
noi. Insieme saremo più sicuri". E, facilmente, si procederà in tal senso. Esattamente
l'opposto di quello che si dovrebbe fare. Se il tempo non permette di compiere
una determinata escursione o arrampicata, si deve avere il coraggio di rinunciare,
anche se decine di altre persone decidono di rischiare, o neppure considerano
il rischio.
2. L'eliminazione del rischio
Un'accurata pianificazione è fondamentale per la buona riuscita di un'escursione
o arrampicata in montagna. Alla pari della pianificazione invernale, anche in
estate si può applicare la cosiddetta "regola del 3 x 3", introdotta dal Club
Alpino Svizzero a partire dagli anni '80.
Questa regola, che ingloba anche la meteorologia, si basa su tre "filtri" successivi,
dal reticolo sempre più fine, che dovrebbero eliminare tutti gli errori di pianificazione,
da quelli più grossolani a quelli più minuscoli. Si comincia con i preparativi
da compiere a casa prima della partenza, cui seguono le osservazioni sul luogo
scelto per l'escursione, per poi proseguire con continue osservazioni durante
lo svolgimento dell'escursione stessa.
Fase 1: pianificazione a casa
Tre quarti del rischio di un incidente, cioè il 75 per cento, può essere eliminato
con una buona pianificazione a casa, seguendo tre semplici regole:
- ascoltare e tenere bene in considerazione il bollettino meteorologico ed, eventualmente,
quello delle valanghe;
- pianificare la gita a tavolino, con tanto di analisi della cartina topografica
e di una buona guida, definendo i possibili punti critici. Se possibile, consultare
un esperto della zona;
- considerare il fattore umano, ovvero chi sono e quanti sono i partecipanti alla
gita, quali sono le loro condizioni fisiche e psichiche, il loro senso della disciplina,
la loro affidabilità in situazioni critiche o di maltempo
Fase 2: pianificazione in zona
Un altro 20 per cento del rischio viene eliminato una volta arrivati in zona,
osservando attentamente, scrutando il terreno con il binocolo, e verificando continuamente
le condizioni man mano che ci si avvicina alla meta.
La domanda fondamentale da porsi è: "Vi sono segnali d'allarme?"
In particolare, occorre valutare tre aspetti:
- condizioni del tempo ed, eventualmente, della neve e delle possibili valanghe;
- condizioni del terreno: forme, pendenze, esposizioni, vegetazione
;
- fattore umano: quali sono le effettive condizioni dei compagni? C'è altra gente
sullo stesso itinerario? Quanti sono e dove sono?
Fase 3: pianificazione sul posto
I quattro quinti del rimanente 5 per cento del rischio vengono eliminati una
volta giunti sul posto, osservando attentamente le condizioni. Probabilmente,
ci si trova nel punto chiave della gita, e nuovamente bisogna porsi tre domande,
riguardanti le condizioni specifiche in quel momento:
- come è cambiato il tempo? Eventualmente, qual è il quantitativo di neve fresca
e l'influsso del vento?
- come si presenta effettivamente il terreno? Analizzare cioè la forma, l'esposizione,
l'ampiezza, la pendenza del punto più ripido, valutare cosa c'è sopra e cosa c'è
sotto
;
- fattore umano: quali sono le condizioni del gruppo? Si può contare sulla disciplina?
(Ad esempio, terranno le distanze nell'attraversamento del pendio?). Chi c'è sopra?
Qualcuno che potrebbe mettere in pericolo? Chi c'è sotto? Qualcuno che si potrebbe
mettere in pericolo?
Uno per cento: è tanto o poco?
In pratica, rimane quindi una percentuale di rischio pari all'uno per cento,
che può ritenersi non eliminabile a priori. È tanto o è poco?
Premesso che il "rischio zero" non potrà mai esistere, e che qualsiasi attività
umana comporta un certo livello di rischio, occorre ricordare che questo residuo
"uno per cento" si concretizza in genere in una situazione critica, che però non
sempre deve necessariamente sfociare in un incidente.
È chiaro, ad esempio, che un improvviso peggioramento delle condizioni meteorologiche
può portare l'alpinista o l'escursionista a sopportare pressioni fisiche e psichiche
tali da esporlo a rischi maggiori. Peraltro, egli può sottrarsi a queste situazioni
agendo in maniera sensata e idonea al caso specifico.
In definitiva, occorre saper prendere anche decisioni sofferte e "impopolari",
specie per un capogita o comunque per chi guida il gruppo:
- rinunciare ad una gita pianificata;
- cambiare obiettivo o itinerario;
- affrontare un ritorno prematuro.
3. La nebbia
La visibilità in montagna può essere compromessa, in genere, dalla nebbia. Se
poi ci si trova su un terreno innevato, magari su un ghiacciaio, su pendii uniformi
e in assenza di sentiero, la situazione può farsi veramente critica.
Con la nebbia tutto acquista un'altra dimensione, generalmente estranea. La luce
diffusa cancella il limite tra il terreno e la nebbia, e inoltre viene a mancare
la percezione della pendenza, delle dimensioni e della distanza. Sugli sci, quando
manca completamente la visibilità, si perde ogni punto di riferimento, e non di
rado si fatica addirittura a capire se si è fermi o ancora in movimento. Una sensazione
per certi versi da incubo.
La nebbia può inoltre risultare molto insidiosa anche per un'altra ragione: l'umidità
che condensa si deposita al suolo e può rendere bagnata e scivolosa la roccia,
oppure, con temperature al di sotto dello zero, può trasformarsi in ghiaccio,
con quali conseguenze è facile immaginare.
Orientamento e comportamento in caso di nebbia
Le precauzioni più importanti da osservare quando cala la nebbia sono:
- osservare costantemente il terreno;
- osservare costantemente il tempo;
- orientarsi in maniera da conoscere esattamente la propria posizione sul terreno,
seguendo riferimenti naturali e sulla carta topografica;
- memorizzare il tragitto studiato sulla carta;
- approfittare dì ogni minimo diradamento o schiarita per orientarsi nuovamente;
- per quanto possibile, a livello preventivo, effettuare la gita al mattino di
buon'ora.
Ci siamo persi!
In questo caso, non esitare a ritornare sui propri passi, per ritrovarsi all'ultimo
punto che era stato definito con sicurezza sulla carta. Valutare inoltre se non
sia preferibile fare un bivacco, piuttosto che tentare di proseguire rischiando
troppo, magari con compagni al limite fisico e psichico.
Perdere l'orientamento nella nebbia è sicuramente una situazione critica, che
può essere meglio dominata se si ha una buona esperienza nell'utilizzo della carta
topografica, della bussola e dell'altimetro. Ricordarsi, inoltre, di tarare l'altimetro
alla partenza e in ogni occasione utile.
4. Il freddo
Il freddo può uccidere. Tuttavia, senza arrivare a questo estremo, esso può provocare,
più facilmente di quanto si possa pensare, non lievi problemi e danni all'organismo.
Quando ciò avviene a livello globale, si ha l'assideramento; quando invece i danni
si localizzano solo in alcune parti del corpo si ha il congelamento. Il più delle
volte, tuttavia, le due forme coesistono, in quelle che si chiamano: lesioni termiche
da freddo.
L'assideramento
Con questo termine si indica un quadro clinico connesso all'abbassamento della
temperatura corporea, causato dall'esposizione al freddo ambientale. Si caratterizza
per una progressiva depressione delle funzioni organiche, in particolare di quelle
cardiache e respiratorie, e dei processi metabolici, cui può seguire la morte.
- Fattori di rischio soggettivi
In questo gruppo rientrano l'insieme delle condizioni fisiche del soggetto esposto
alle basse temperature, a cominciare dalla scarsa assuefazione al freddo e a tutta
una serie di fattori legati alla costituzione fisica: scarso sviluppo muscolare;
età e sesso; scarsa resistenza al freddo dei bambini, degli anziani e delle donne;
stati di denutrizione; la scarsità di grasso sottocutaneo che riduce l'isolamento
termico; affaticamento fisico, stress psicologico e digiuno, cioè tre condizioni
non rare in alta montagna, ed altre ancora. Ulteriori fattori di rischio sono
le malattie cardiache, epatiche e renali, come pure l'ingestione di alcol. Nonostante
un immediato senso di riscaldamento, infatti, le bevande alcoliche provocano una
vasodilatazione cutanea, e un conseguente aumento della dispersione di calore.
- Fattori di rischio oggettivi
In questo gruppo rientrano tutti i fattori ambientali: la temperatura minima
di esposizione e la sua durata nel tempo, nonché la velocità con cui si verifica
la riduzione della temperatura. Inoltre, fatto di grande importanza, il vento
e l'umidità favoriscono in modo significativo la perdita di calore corporeo, al
punto che possono verificarsi episodi di assideramento e di congelamento anche
con temperature superiori a zero gradi.
È infatti sufficiente una semplice corrente d'aria superiore ai 2 metri al secondo
(poco più di 7 Km/h) per annullare lo strato isolante di aria, dello spessore
di 48 millimetri, che normalmente protegge il corpo. In pratica, il vento può
arrivare a moltiplicare per dieci la perdita di calore corporeo. In maniera analoga,
condizioni di elevata umidità come nebbia o abiti bagnati, comportano il rischio
di assideramento o di congelamento anche con temperature di 4 5 gradi sopra
lo zero!
- I sintomi
Entro determinati limiti, l'organismo umano è in grado di resistere al freddo,
mettendo in atto tutta una serie di meccanismi fisiologici di compensazione. Superando
però tali limiti, il cosiddetto equilibrio termico si rompe, e inizia un progressivo
raffreddamento del corpo che, se non arrestato, può portare alla morte.
Quando la temperatura interna del corpo raggiunge circa i 30 gradi si ha perdita
di coscienza, depressione respiratoria e cardiocircolatoria, ma ancora fino a
24 gradi è in genere possibile rianimare il soggetto.
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Il corpo si raffredda
Nelle fasi iniziale del processo di assideramento, la persona colpita si presenta
pallida, con una sensazione di freddo accompagnata da brividi anche intensi e
prolungati, accusa una marcata debolezza muscolare e una palese incertezza nei
movimenti, oltre a mal di testa, dolori articolari e muscolari. Da un punto di
vista obiettivo, si può inoltre rilevare un aumento della pressione arteriosa,
dei battiti cardiaci e del ritmo respiratorio. Ma fino a questo momento la temperatura
corporea rimane costante: l'organismo resiste.
Con il perdurare dell'esposizione al freddo, la temperatura del corpo inizia
però inevitabilmente a scendere, nella cosiddetta fase di cedimento: la pelle
diventa livida; si accentua la debolezza, la vista si appanna e diminuisce l'udito;
il soggetto diventa apatico, al punto da essere colto da una invincibile sonnolenza.
Pur rendendosi conto delle sue gravi condizioni, e del rischio che corre la sua
stessa vita, egli appare tranquillo e distaccato, senza traccia di inquietudine.
In seguito, subentra uno stato di confusione e disorientamento: il respiro si
fa lento e superficiale, mentre la pressione arteriosa si abbassa. Proseguendo
il raffreddamento, il soggetto si lascia cadere a terra e, quando la temperatura
interna raggiunge circa i 32 gradi, entra in stato di coma. Tutti i processi vitali
si affievoliscono, si possono verificare uscite di sangue dal naso e dalla bocca,
perdita dei centri respiratori e arresto cardiaco. |
- Il primo soccorso
Durante la fase di primo soccorso a una persona assiderata, occorre principalmente
riportare la temperatura corporea al suo livello normale con la massima gradualità,
per evitare pericolosi sbalzi circolatori. Si possono eseguire con prudenza massaggi
centripeti, applicare panni caldi ma asciutti, borse calde, si può introdurre
l'assiderato in un sacco a pelo, magari riscaldato in precedenza. Il riscaldamento
corporeo non dovrebbe superare la velocità di mezzo grado ogni ora (verificabile
a livello rettale) come pure l'ambiente in cui è stato posto il soggetto dovrebbe
essere riscaldato in modo graduale.
Il congelamento
Con questo termine si intende un complesso di lesioni circoscritte ad alcune
parti del corpo, provocate dall'esposizione alle basse temperature. In genere
le parti colpite sono quelle periferiche e quindi più esposte: piedi, mani, naso
e orecchie.
Solitamente il congelamento inizia a verificarsi quando la temperatura scende
a valori compresi tra 4 e 10 gradi, ma in presenza di particolari condizioni
forte ventilazione, immobilità, elevata umidità, indumenti bagnati, condizioni
fisiche scadenti
- il congelamento può verificarsi anche con temperature superiori
a zero gradi.
- Fattori di rischio
I fattori di rischio del congelamento sono, in pratica, i medesimi dell'assideramento,
descritti in precedenza.
- I sintomi
Da un punto di vista clinico, il congelamento presenta tre fasi successive:
Congelamento di primo grado
In questa fase la pelle appare rossocianotica, tumefatta e screpolata, con un
sensibile calo o addirittura la scomparsa della sensibilità della parte colpita.
I dolori diventano ben presto lancinanti, anche se intermittenti. A volte la pelle
può avere un aspetto simile al marmo, con in particolare una singolare caratteristica
del viso, che appare come una maschera bianca, dura e insensibile.
Congelamento di secondo grado
In questa fase la parte colpita appare cianotica, fredda, insensibile, con spiccata
sudorazione, muscolatura rigida e presenza di bolle a contenuto prima sieroso
e quindi limpido, e poi emorragico. Le loro dimensioni sono variabili, e solitamente
si formano sul dorso delle mani e dei piedi. Successivamente queste bolle si rompono,
originando piaghe torbide con un fondo nerastro. Le unghie, ormai di colore nero,
tendono a staccarsi spontaneamente, mentre i dolori sono molto intensi, lancinanti.
Il colore della pelle può variare, ma in genere appare viola intenso, specie alle
dita.
Congelamento di terzo grado
In questa fase, la più grave, compaiono fenomeni necrotici che interessano dapprima
la pelle, che diventa nerastra, e successivamente i tessuti circostanti, fino
all'osso compreso. Con la comparsa della cancrena, la parte colpita appare come
mummificata e, al tatto, dà la sensazione di toccare un pezzo di legno. I tessuti
si possono poi staccare spontaneamente, lasciando scoperte le ossa. La zona di
delimitazione con la parte sana risulta in genere molto imprecisa, come pure il
processo di cicatrizzazione richiede molto tempo.
- Il "piede da trincea"
Con questa definizione, già di per sé chiara, si definisce un quadro clinico
in cui i piedi della persona sono stati a lungo esposti a condizioni di freddo
umido nel fango o nell'acqua, pur senza raggiungere necessariamente la temperatura
di congelamento. Come nel caso, appunto, dei soldati costretti per lungo tempo,
anche in inverno, a una quasi immobilità in trincee umide e fangose.
In questo caso non si è di fronte a un vero e proprio congelamento, e inizialmente
il piede si presenta pallido, freddo. Successivamente appare arrossato, caldo,
gonfio, con intensi dolori urenti (brucianti) e lancinanti. Non di rado compaiono
bolle e, nei casi più gravi, possono verificarsi ulcerazioni e fenomeni di cancrena
superficiale.
- La prognosi
I primi due gradi del congelamento sono in genere reversibili, e con l'instaurazione
di una adeguata e tempestiva terapia si può giungere, seppure lentamente, a una
completa guarigione. Non così per i congelamenti di terzo grado, per i quali si
ha la perdita, anche estesa, della parte colpita.
Alcuni consigli
In presenza dei primi sintomi perdita di sensibilità e dolori è assolutamente
sconsigliabile togliere gli scarponi per massaggiare i piedi: spesso sarà impossibile
ricalzarli, con le conseguenze che ben si possono immaginare, magari nel pieno
di una tormenta di neve.
Nella fase di primo soccorso è senz'altro utile togliere, se possibile, gli abiti
ghiacciati, ma i successivi massaggi devono essere dolci e graduali. Riguardo
alle parti congelate, non tentare di decongelarle prima di aver raggiunto un luogo
sicuro e riscaldato: è infatti più dannoso camminare sulla neve con un piede decongelato
che con uno congelato.
Non somministrare alcol, e neppure toccare o peggio forare le eventuali bolle,
per il pericolo di gravi infezioni. Impedire al soggetto colpito di camminare,
trasportandolo quindi in barella o in spalla, in modo da evitargli un ulteriore
abbassamento della temperatura e possibili disturbi cardiaci.
5. Il vento e il sole
In genere, i maggiori problemi derivanti dal vento riguardano il freddo, con
un rischio molto più elevato di assideramento e/o di congelamento, come si è visto
in precedenza. Tuttavia, non si deve sottovalutare il suo effetto "meccanico",
che può rendere difficile lo stesso camminare o restare in piedi, soprattutto
in presenza di raffiche violente e improvvise. E se ci si trovasse su una esposta
cresta rocciosa o nevosa, i problemi potrebbero essere molto seri.
In caso di forte vento e di raffiche, si possono consigliare le seguenti regole
di comportamento:
- cambiare itinerario, portandosi in una zona meno esposta;
- rinunciare alla parte finale della salita, specie se si tratta di una cresta
esposta;
- coprirsi molto bene;
- utilizzare la piccozza, un bastone o i bastoncini da sci (o da trekking) per
mantenere meglio l'equilibrio.
Il sole e il caldo
Oltre alle ovvie precauzioni contro le scottature solari, di seguito si vuole
approfondire la materia in particolare per ciò che riguarda la permanenza e la
marcia su ghiacciai e ad alta quota (o comunque su neve) dove, di fatto, la radiazione
solare raddoppia, con il rischio, tra l'altro, delle dolorose congiuntiviti da
ghiacciaio. In questo caso, il dolore compare in genere 612 ore dopo l'esposizione,
con la sensazione di decine di spilli che pungono la superficie oculare.
Oltre ad utilizzare i sempre utili cappelli con visiera, che creano un importante
effetto ombra proprio sulla zona del viso, è di basilare importanza impiegare
ottimi occhiali da sole, in grado di filtrare effettivamente le radiazioni nocive.
Occhiali semplicemente molto scuri che non filtrano gli ultravioletti potrebbero
anche essere controproducenti, perché causano una maggiore apertura del diaframma
pupillare.
Sopra i 4000 metri di quota sono inoltre indispensabili i paraocchi, che però
hanno il difetto di limitare la visuale laterale, con possibili problemi, ad esempio,
nel corso di una discesa con gli sci. Per ovviare a tale inconveniente, sono stati
introdotti sul mercato occhiali con lenti avvolgenti, che giungono a proteggere
l'occhio anche lateralmente.
6. I fulmini
Fortunatamente, i decessi causati dai fulmini sono molto rari. Nondimeno, in
caso di temporale, specie in alta quota, i rischi non sono da sottovalutare. Meglio,
quindi, saperne un po' di più.
Dove si abbatte il fulmine?
Praticamente tutti gli incidenti causati dai fulmini si verificano all'aperto:
essi si abbattono preferibilmente in punti che sporgono sensibilmente rispetto
ai dintorni (alberi, torri, creste, vette, campanili e simili) che, per un raggio
di circa 30 metri dal punto della scarica, sono da considerarsi pericolosi. È
bene poi sottolineare che non vi sono alberi "preferiti" dai fulmini, nonostante
alcuni proverbi affermino il contrario.
La scarica diretta
Una folgorazione diretta equivale praticamente a morte certa, in particolare
se la corrente passa all'interno del corpo attraversando i vasi sanguigni. In
questo caso, restano delle bruciature all'entrata e all'uscita della scarica,
per esempio una bruciatura puntiforme sulla testa e un buco nella scarpa. Il bagnato
riduce fortemente la resistenza elettrica, anche fino a 100 volte rispetto a quella
dell'asciutto: se la superficie degli indumenti è bagnata, la scarica, o parte
di essa, utilizzerà anche questa via per scaricarsi a terra.
Particolarmente pericolose sono ovviamente le vie ferrate. Se con una mano viene
toccato un cavo, ci si troverà in una situazione di pericolo, perché in contatto
con un ottimo portatore di corrente: parte di essa potrà approfittare del corpo
per andare a terra, attraverso la zona toracica e quindi toccando anche il cuore.
Si ricorda poi che l'effetto della corrente sul sistema nervoso è tale da provocare
delle violentissime contrazioni muscolari involontarie, capaci di scaraventare
via.
Dove ripararsi
Possono considerarsi luoghi sicuri: abitazioni, costruzioni con struttura metallica,
baracche con pareti di metallo, autovetture, vagoni ferroviari, cabine metalliche
Inoltre, si può cercare riparo in caverne nelle quali si può stare in piedi (ma
non all'entrata) oppure all'interno di un bosco con alberi di altezza simile.
In casi urgenti, si può trovare una protezione anche all'interno di capanne, bivacchi,
cappelle o fienili, avendo cura di non toccare le pareti esterne. In mancanza
di tutto ciò, ci si può proteggere dalle scariche in posizione rannicchiata in
conche del terreno, in vie ribassate, ai piedi di una roccia, senza però appoggiarsi
ad essa. Infine, se si è in gruppo non ci si deve tenere per mano.
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Alcune regole pratiche
Ecco alcune regole pratiche, suggerite dal CAI Servizio Valanghe Italiano,
che permettono di ridurre in modo significativo il rischio di essere colpiti da
un fulmine, pur senza eliminarlo:
Evitare di ripararsi sotto alberi isolati, standone lontani almeno 200300
metri;
Non tenere con sé, durante un temporale, oggetti metallici, specie se acuminati,
come ad esempio la piccozza, i ramponi o i chiodi da roccia;
Mantenersi debitamente distanti (almeno 50 centimetri) da conduttori metallici,
anche se il fulmine cadesse a centinaia di metri di distanza (tipico il caso delle
Vie Ferrate);
Non ammassarsi in gruppo, perché la colonna di aria calda generata agisce da
conduttore per il fulmine;
In caso di temporale ripararsi in una grotta o in un anfratto, evitando le
creste;
Se non ci sono ripari sicuri dove proteggersi, è preferibile "prendere più
acqua possibile", perché i vestiti bagnati sono buoni conduttori rispetto al corpo
umano e favoriscono la dissipazione dell'eventuale scarica elettrica;
Si sarà più sicuri dentro un'automobile, dentro un rifugio o un bivacco a rivestimento
metallico. |
7. Altri pericoli
I laghi gelati
Di fronte a un lago gelato, ricoperto o meno di neve, ci si può fidare ad attraversarlo?
Premesso che con gli sci ai piedi il rischio di sprofondamento è molto minore,
teoricamente sono sufficienti circa 3-4 centimetri di ghiaccio fresco trasparente
per sorreggere una persona. Se invece il ghiaccio fosse bianco, perché formato
da neve in acqua, è necessario uno spessore doppio.
I punti critici della superficie ghiacciata di un lago si trovano ovviamente
dove il ghiaccio è di spessore minore, per esempio in prossimità della riva, dove
entra un ruscello, o in vicinanza di buchi e sopra le sorgenti. I periodi critici
per la rottura del ghiaccio sono quelli all'inizio della formazione dello strato
e quelli del riscaldamento primaverile, in particolare nel pomeriggio. Altri momenti
critici sono quelli dopo forti nevicate in assenza di basse temperature: il peso
della neve spinge il ghiaccio in acqua, la quale si infiltra attraverso buchi
e fessure.
E se fosse necessario un bivacco?
Come si è visto, si potrebbero verificare situazioni nelle quali la continuazione
della gita potrebbe comportare rischi troppo elevati. In tal caso si dovrebbe,
con calma, prendere in considerazione la possibilità di un bivacco, anche sulla
base dei seguenti criteri, tra l'altro utili per identificare il luogo esatto
in cui passare la notte:
- in presenza di neve, scavare una buca o formare una "tana" con dei blocchi, ricordando
che si ha più caldo nella neve che fuori;
- in mancanza di neve, scegliere un luogo sicuro, possibilmente riparato dal vento
e dalle scariche di sassi;
- vestire indumenti asciutti e sedersi possibilmente all'asciutto (sulla corda,
sullo zaino
);
- accostarsi l'uno all'altro per ridurre le perdite di calore, con i più piccoli
all'interno;
- restare svegli e intrattenersi attivamente a vicenda, con una dinamica di gruppo
positiva, umoristica, facendo partecipare tutti;
- muovere regolarmente le estremità per mantenere la circolazione.
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